( venerdì, 28 settembre 2007; 14:56 )
Strano periodo questo; la solita altalena di umori, vita sociale ridotta al minimo, il lavoro fatto di "pieni" e di "vuoti" alternati in maniera snervante, lo studio matto e disperatissimo del pianoforte, le prove fino a tarda notte con i gruppi, l'appropinquarsi delle basse temperature...
Ecco, proprio il freddo mi riporta particolarmente indietro, lunghi viaggi solitari verso la neve, le note di Steve Reich nella vecchia Lancia Y.
Ecco, tutte le volte che arriva un minimo di freddo mi risento quello splendido album intitolato "Music for 18 musicians" proprio di Steve Reich, ci vedo le prime tracce di neve lungo l'autostrada.
Diciotto strumentisti, per l'appunto, un delirio di strumenti acustici, 4 voci femminili, 56 minuti di note che si intrecciano meticolosamente, una lunghissima preghiera fatta di cristalli che vanno a intersecarsi perfettamente come i cubetti del Tetris. Musica a forte contenuto introspettivo, o forse lo è solo per me che l'ho vissuta a modo mio.
Minimalismo, lo chiamano.
Quello stesso di Philip Glass, di Terry Riley (a cui è ispirata la famosa introduzione di sintetizzatori di Baba O'Riley). Indubbiamente non quel minimalismo da sala d'attesa cui ci ha abituati ad esempio Ludovico Einaudi, che infatti riscuote anche un discreto successo mediatico (non voglio parlare di Allevi che a dire il vero non colloco propriamente nel movimento minimalista, ma nei prossimi dintorni).
Un disco, questo, molto equilbrato, sicuramente da provare, molto più accessibile rispetto ad altri lavori dello stesso. Un pugno nell'occhio a tanta musica classica contemporanea.